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Uno degli effetti più dirompenti del Web 2.0, dalla diffusione dei servizi UGC all’affermazione di tecnologie cloud, è stato quello di aver reso l’aspetto tecnico irrilevante nel processo di produzione e promozione di contenuto. Tutti oggi possono produrre contenuto a costi e difficolta tecniche irrisorie sia dal punto di vista hardware che software: abbiamo telecamere e videocamere a basso costo, Youtube per condividere video, Flickr per le foto, WordPress per creare ambienti (non più semplici blog), Google Docs per documenti e pianificazioni, i diversi Social (Facebook in primis) per tirare le fila e mettere tutto insieme.

Ma dopo la “grande abbuffata” di nuovi servizi e piattaforme che ci hanno reso la vita più semplice e ricca di contenuti, assistiamo ora a una fase di concentrazione di marche e contrazione di strumenti: si sta via via affermando un servizio giusto per ogni bisogno specifico.
Sono gli utenti stessi a decretare il successo di una o l’altra piattaforma (e di solito si afferma la migliore, punto e basta) e raramente vincono le piattaforme che consentono di fare “la qualunque”, per dirla alla Albanese: più il prodotto è ritagliato su un bisogno specifico, più vince: Twitter insegna.
Inoltre, estremizzando, possiamo affermare che sul piano delle piattaforme UGC “ci siamo detti (quasi) tutto”: si potranno perfezionare i servizi, renderli più semplici, veloci, performanti ma è difficile che nasca “un altro Youtube” per condivdere video o un altro Twitter per la microinformazione e così via. La rivoluzione (da questo punto di vista) è finita.

Mentre per l’utente medio il panorama si semplifica (magari impoverendosi, ma è un fatto è che l’80% del tempo speso su Internet da un utente è concentrato su una manciata di siti), parallelamente si pone però un bell’interrogativo per le web company che vivono della creazione di nuovi servizi e le startup che devono ancora vedere la luce. Consolidata la posizione in ambito search, archiviata la lotta sulle piattaforme UGC, in cantiere e non ancora conclusa quella su “LA” piattaforma social (anche se vedo difficilmente scalzabile Facebook), quale può essere il nuovo driver di innovazione e proposizione commerciale per aziende come Google? Dagli ultimi flop di Big G capiamo che la risposta non è semplice. Ma da un paio di episodi visti recentemente mi pare di intravedere una nuova tendenza, che chiamerei quella dei “Web Format”: Google Weddings (uno strumento di pianficazione del matrimonio, che sfrutta tutti i tool di Google come docs, siti, youtube, calendar, ecc..) e Google Recipes (un motore di ricerca per ricette, customizzato al meglio per offrire l’esperienza migliore a chi deve cucinare). Guardando oltre Google, sta scatendando molto buzz ultimamente il nuovo Stay.com, che mixa condivisione di consigli a tema viaggi con il format della “Guida turistica UGC scaricabile”.

Cos’è un web format? Potrei definirlo un mix di servizi web differenti (es: blogging e videosharing) scelti intorno a domini semantici verticali (es: viaggi), impacchettati in un bisogno molto specifico (es: guida vacanze). Lo schema in alto riassume la mia visione.
Nel Web format si sposta l’attenzione dall’aspetto tecnologico/di servizio all’aspetto creativo/di comunicazione, che ovviamente diventa centrale. Inoltre, occore avere un buon “cuoco” (un product manager) che sia in grado di mixare sapientemente i diversi ingredienti utili all’utente. Con il Web Format il web si allontana sempre di più da “strumento tecnico” e diventa sempre di più “territorio di comunicazione” e, anche se non piacerà a tutti, media.

E’ un approccio che chi fa comunicazione capisce bene ma che non era così scontato per chi ha sempre fatto innovazione tecnologica con la religione del “servizio”.
Credo che questo sia solo l’inizio di un radicale cambio di prospettiva e direzione che prenderanno anche le attuali big company del web. Voi cosa ne pensate?