26 febbraio 2008.

cloverieldCloverfield a destra, Cloverfield a manca, ora la bufera è comprensibilmente passata, ma fino al mese scorso il mostrone apocalittico aveva monopolizzato la rete. Eh già perchè esperimenti di questo tipo ci fanno sognare, ti fanno illudere che in futuro quattro amici al bar con una telecamera e un'idea vincente di marketing alternativo possano sbancare i botteghini mondiali. E dato che amo sogni e sognatori, questo punto a Cloverfield glielo concedo. Ma considerare il valore di un film in base al suo marketing è un pò come considerare il valore di una cotoletta in base alla sontuosa descrizione fatta nel menu, e alla fine non è il menu che ti mangi.

Lo sanno bene i frequentatori dei fast food quando alzano gli occhi verso i golosi tabelloni che riproducono hamburger da un chilo conditi con oceani di insalate e patatine fragranti, e poi li abbassano su quella suola striminzita che hanno nel piatto.

La spasmodica attesa per Cloverfield è secondo me assolutamente paragonabile a quella del cliente del Mac Donald's che nella sua lunga fila favoleggia e sogna circa l'Hamburger Perfetto, e si sveglia dal sogno bellissimo solo quando è giunto il suo turno, ha pagato, e riceve il vassoio.

Lunga vita commerciale quindi ha chi ha saputo accalappiarti, farti compiere un movimento, scucire dei soldi, in cambio di poco. Che sia al botteghino come alla cassa, in pratica ti hanno venduto un pezzetto di sogno, ed è il sogno che paghi non il prodotto.

Ma la gente ormai è scafata, e difficilmente si lascia abbindolare dalla polvere di stelle. Tutto quello che c'è in Cloverfield già era stato detto da Blair Witch Project: si è fatto passare qualche anno per sopire il ricordo, e poi ta daa, ci hanno rivenduto lo stesso concetto riveduto e corretto.
Eppure qualcosa secondo me non ha funzionato a dovere, accorciando notevolmente la long tail del prodotto (che è prevedibilmente crollato appena sono iniziati a circolare passaparola e spoilers). La strega di Blair, che allora si rivolgeva ad un pubblico "vergine", lasciava il fruitore più ingenuo con il dubbio di aver assistito davvero ad un documentario o qualcosa di simile. Questo perchè l'assenza di mostri ed effetti speciali rendeva assurdamente plausibile il tutto. Una scia di dubbio e di mistero accompagnava quindi lo spettatore anche fuori dal cinema e lo faceva parlare, chiacchierare, confrontare. Quel chiacchiericcio che di fatto ha decretato anche il successo di best seller come Matrix o parlando di libri, del Codice Da Vinci. Quando si da alla gente un argomento sul quale poter discutere o arrovellarsi, si ha il successo vero, quello che sbanca.Di Cloverfield alla fine ne parlano solo gli amanti del marketing, gli studiosi di comunicazione, gli appassionati della diffusione virale. Tutti gli altri se lo sono dimenticato una volta usciti dal cinema.

E rilancio: dato che il film è paradossalmente l'imitazione di un realismo da YouTube, siamo sicuri che la prossima operazione killer dovrà cercare la legittimazione del grande schermo per fare il botto? Ma se il cinema investe milioni per ricreare con enormi sforzi la stessa user experience che ci fornisce un ragazzino quando posta un video amatoriale, perchè non bypassare del tutto il grande schermo?

Sono convinto che il prossimo esperimento credibile avverrà in rete, e solo in rete si potrà creare quel buzz, quel legittimo dubbio su "ma è una cosa vera?" che ricordiamolo, ebbe nobilissima origine con la Guerra dei Mondi, esperimento ancora ineguagliato. Se in partenza sappiamo lucidamente che dietro al prodotto si è mossa un'industria da milioni di dollari, non riusciremo più a trovare la stessa ingenuità necessaria per farci coinvolgere.

E senza ingenuità, o volontà di abbandonarsi all'ingenuità, non c'è viralità che tenga, si toglie la carta dal cioccolatino e si trova solo un collage di trovate prese alla rinfusa da King Kong e Pitch Black.

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