23 maggio 2008. Tag:

bungee comunicazione marketing 2.0
Il tema posto da Maurizio spinge come al solito a interessanti riflessioni.

Se i mezzi digitali sono così efficaci, perché si investe ancora così poco?

Maurizio fornisce alcune risposte, tra le quali:

le aziende devono riprendere il controllo strategico sulla comunicazione digitale: quando si decide di utilizzare il web e in particolar modo i Social Media, non è conveniente delegare. La tendenza oggi è di avviare un dialogo diretto tra le aziende ed i loro pubblici. Le aziende devono sperimentare in prima persona gli strumenti che verranno utilizzati, devono imparare a gestire in prima persona le dinamiche conversazionali.

e, importantissimo:

Non c’è dubbio che per la maggior parte delle agenzie di pubblicità non c’è alcun incentivo economico a proporre modelli di comunicazione alternativi agli spot […] L’unica risposta è scorporare il costo creativo dalla produzione delle creatività. La creatività è una risorsa che deve essere remunerata adeguatamente. Non si può pagare un creativo ad un costo orario, la creatività deve essere remunerata in funzione del beneficio economico che porta.

Io vorrei aggiungere che l’innovazione nel campo delle strategie di comunicazione e nelle sue declinazioni creative subisce lo stesso freno conservativo tipico di molti altri settori, soprattutto in Italia. Si rischia poco, si innova poco. Non ci può essere innovazione, anche nei linguaggi creativi, se non c’è quello “slancio folle” che consente di buttare giù resistenze e muri, rinunciando ad esempio alla tranquillità del tanto caro spot con testimonial (e i nostri spot sono tra i meno innovativi d’europa). Così non si sperimentano nuovi modelli di advertising (o lo si fa marginalmente), non ci si butta sul digitale che avrebbe una capacità di engagement devastante rispetto al mass media, così come, allo stesso modo, ad esempio le case discografiche non investono in nuovi gruppi musicali, le banche non finanziano imprese e attività che hanno un rischio alto (ma anche una potenziale grande successo), non si dà spazio ai giovani in molti settori. E’ un atteggiamento mentale e sistemico, non solo un problema legato al digitale. Servono quindi, oltre ai punti sottolineati da Maurizio, un radicale cambiamento nell’approccio culturale delle aziende verso il rischio e, io credo, l’accumularsi di case histories di successo concretizzate da un buon numero di innovatori, che renderanno chiaro come sia possibile e soprattutto necessario intercettare il radicale spostamento di audience dai mass ai new media. I “dinosauri” saranno obbligati a quel punto a prendere coscienza che tutto è cambiato e saranno costretti a (in)seguire.

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